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Voglia di scappare

C’era una volta un uomo che poteva fuggire da ogni trappola, aprire ogni serratura e di sopravvivere a imprese suicide. C’era una volta un uomo capace di stupire i teatri di tutto il mondo, grazie a un misto di abilità tecnica e di capacità da showman. C’era una volta un uomo che si chiamava Harry Houdini, il più grande escapista di tutti i tempi.

Ed ecco il primo trucco: Houdini era un nome d’arte, ispirato a un prestigiatore francese. Il nome vero era Erik Weisz, ed era il nome di un ungherese: l’uomo che sarebbe diventato Houdini era nato a Budapest nel 1874 e aveva raggiunto gli Stati Uniti quattro anni dopo, al seguito della famiglia, emigrata in cerca di un futuro migliore.

Anche se molti ricordano Houdini, pochi sanno, oggi, che cosa sia un escapista.  In breve, è un uomo di spettacolo specializzato in fughe da situazioni impossibili: bauli chiusi, casse sottomarine, prigioni. L’escapismo, come il mentalismo di Derren Brown, è una branca della magia di palcoscenico. Oggi non va molto di moda: una fuga può durare a lungo, e il pubblico moderno non ha voglia di restare per mezz’ora a guardare un tizio che esce da una cassa (peraltro di solito coperta, in modo da non svelare il trucco).

Ai tempi di Houdini, tuttavia, l’escapismo era di gran moda, e lo divenne in particolare grazie a lui. Iniziò la carriera nella povertà più assoluta, esibendosi in locali di terz’ordine e vivendo alla giornata. Fu nel 1899, sul finire del secolo, che il suo nome esplose. A Chicago Houdini entrò, sotto gli occhi dei giornalisti, in una cella della polizia nudo e dopo essere stato perquisito – per uscirne in pochi minuti e presentarsi al pubblico vestito di tutto punto. Fu l’inizio di un’ascesa rapidissima.

Houdini aveva capito molte cose del secolo in arrivo. Innanzitutto, l’importanza della pubblicità: anche agli inizi, quando perfino mangiare era un problema, spendeva soldi in volantini da distribuire in strada. E sapeva dosare molto bene gli effetti, facendo sembrare difficilissime delle evasioni facili, e viceversa. Soprattutto, aveva colto la crescente fascinazione per la tecnologia.

Le esibizioni di Houdini mettevano in scena lo scontro tra un essere umano e dei complicati congegni meccanici – e l’essere umano ne usciva vincente. In tempi in cui sembrava che le macchine avrebbero potuto assumere il controllo del mondo, Houdini dimostrava che per quanto un congengo possa essere raffinato, per quando una tecnologia possa essere avanzata, gli esseri umani ne restavano padroni. Un po’ come se oggi un attore mettesse in scena spettacoli in cui ‘sconfigge’ dei computer, inducendoli a sbagliare un calcolo o a bloccarsi da soli (la sfida vale solo su computer che non usino Windows 95).

Tutto questo gli era possibile grazie a un prodigioso allenamento fisico, da una parte, e di un’altrettanto vasta competenza tecnica dall’altra. Houdini conosceva nei dettagli qualsiasi tipo di lucchetto, serratura, catena mai costruita: ne sapeva individuare i punti deboli, e sapeva anche in quali casi fosse meglio imbrogliare che provare a liberarsi davvero da solo. Ed era in grado di progettare congegni spettacolari. Il funzionamento del più famoso, la Pagoda della Tortura dell’Acqua, resta ancora un mistero, conosciuto solo da una manciata di persone in tutto il mondo. Evadere dalla Pagoda (una piccola cassa piena d’acqua in cui Houdini veniva infilato a testa in giù) sembrava tanto difficile che qualcuno pensò che l’escapista dovesse avere poteri di qualche tipo.

Almeno uno lo aveva davvero, ed era quello di mettere in scena le nostre paure, i nostri dubbi, sconfiggendoli per noi. A volte sarebbe bello, essere capaci di scappare da tutto. Anche solo per un po’…

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Questo articolo è stato pubblicato martedì 02/09/08 alle ore 09:03 e classificato in Web & Social . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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