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Nuvole

C’erano una volta i castelli sulle nuvole. E non erano una cosa buona: avevano fondamenta deboli, potevano crollare da un momento all’altro, senza contare che non sapevi quando ti arrivava in casa un tizio a cavallo di un fagiolo magico. Oggi sulle nuvole ci stanno andando i computer. E stavolta la faccenda piace (quasi) a tutti.

Il ‘cloud computing’ è un trend dell’Internet presente e prossimo. ‘Cloud’ significa ‘nuvola’, e l’espressione indica un nuovo modo di concepire i computer e le reti. È molto semplice da spiegare: basta dire che, grazie al cloud computing, non serve più installare potenti server. Nè grossi hard disk. Nè software costosi. A costi bassissimi è già possibile avere una potenza di calcolo e uno spazio d’archiviazione che fino a pochi anni fa erano solo sogni – ben oltre le nuvole. Come si fa?

Presto detto. Tutti i vostri dati (l’ultimo romanzo che avete scritto, le lettere a mamma, le ricette di nonna, gli schemi del totocalcio) vengono archiviati ‘sulle nuvole’, e cioè, in pratica, su un grosso computer che si trova da qualche parte nel mondo. Google docs, l’elaboratore di testi di Google, ne è un esempio: per scrivere non c’è più bisogno di comprare il potente (e pesantuccio…) Microsoft Word. Basta collegarsi a Internet, entrare nel proprio account Google e far partire il programma. Dopodichè le vostre fatiche resteranno ‘sulle nuvole’, e cioè, poesia a parte, sui server di Google. In qualsiasi parte del mondo voi siate, da qualsiasi computer stiate scrivendo, potrete entrare nel vostro account e riprendere a lavorare.

In pratica il cloud computing è la punta estrema della portatilità: rende i computer talmente portatili che non serve più neanche portarseli appresso. Basta trovarne uno nel luogo in cui siamo. Uno qualsiasi – e di questi tempi, in Occidente, non è difficile. Senza contare gli altri vantaggi. Esempio. Tu conservi i dati sul tuo computer e, siccome sei prudente, anche su un hard disk esterno. Ma niente può toglieri la paura che entri qualcuno e li rubi entrambi, privandoti di lavori preziosissimi. Conservare i dati sul proprio computer e sui server di una supercompagnia californiana riduce il rischio: se qualcuno ‘rubasse’ Google, beh, non resterebbe molto da commentare.

Il cloud computing permette anche una sincronizzazione tra i dati che ha del magico. Con Mobile Me, un iPhone può scoprire da solo gli aggiornamenti che avete fatto sul vostro Mac a calendari, contatti, mail. Scoprirli e scaricarli, senza che voi dobbiate muovere un dito: la prima volta che il mio iPod Touch lo ha fatto mi sono sentito in difficoltà, un po’ come quando il tuo cane trova in un istante le scarpe che stavi cercando da mezz’ora.

Qualcuno si starà chiedendo, dov’è la fregatura? Se le applicazioni di sincronizzazione funzionano bene, gli usi massicci del cloud computing richiedono ancora del lavoro. Innanzitutto, accedere a un computer ‘qualsiasi’ è facile, come dicevo, ma non è facile ovunque nello stesso modo. A Londra qualsiasi barbiere arabo ha un piccolo netcafè nel retro – a Roma trovare un netcafè può essere un’avventura. L’ampiezza della copertura Wifi varia molto di nazione in nazione. Soprattutto, varia l’ampiezza di banda disponibile: l’unica cosa davvero indispensabile per il cloud computing è un collegamento veloce, affidabile e sicuro, e se cade la linea ogni dieci minuti, gli sbalorditivi poteri dei computer sulle nuvole sembrano, diciamo, scarsini.

Ci sono poi altre considerazioni, più complesse. Il giornalista Bill Thompson ricorda che il fatto che i dati serbati ‘sulle nuvole’ si trovino in realtà su concretissimi server ha una conseguenza: quei dati sono soggetti alle leggi dei Paesi in cui si trovano. Se il governo USA considera pericolosi i tuoi scritti e chiede a Google di visionarli, Google è costretto a darglieli. Thompson ha fatto una dichiarazione provocatoria, ma sensata: forse il cloud computing non fa altro che rendere più visibili i limiti concreti del nostro mondo, le differenze tra Paesi, e i limiti delle leggi attuali quando si arriva a parlare di Internet.

E voi che ne pensate delle nuvole? La discussione è aperta, io per ora prendo un fagiolo e torno al castello.

Commenti (1)
Questo articolo è stato pubblicato sabato 13/09/08 alle ore 15:56 e classificato in Web & Social » Novità dal Web . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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  • Viktor65
    di Viktor65 | 15/09/2008 21:56

    Beh..è risaputo che neppure un dispositivo come un cellulare che noi portiamo addosso in grado di captare un segnale anche da spento, garantisca la privacy..;)
    Così come gli enormi server di google negli usa sono a disposizione delle autorità, se necessario.
    In termini di peso-memoria da gestire penso sia un vantaggio, al limite la “paura” rimane sul fatto che tu sei autorizzato a usare un account, e non “proprietario”, occupi uno spazio altrui quindi, non esisterà mai una privacy al 100%, e in alcuni casi non è male direi se pensiamo all’uso illegale di internet.
    Poi la connessione wi-fi è troppo vantaggiosa, ormai un palmare di dimensioni tascabili è in grado di fare tutto quello che fai a casa con il pc, e in ogni punto d’accesso nel mondo.

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