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Le navi di ghiaccio

Tutti conoscono il Titanic. Grande, possente, con a bordo un sacco di gente tra cui Leonardo Di Caprio, era considerato il vascello più resistente di tutti i tempi. E colò a picco durante il viaggio inaugurale, colpito da un iceberg. È una storia vecchia. Ce n’è una, però, che è molto meno conosciuta. Una storia che parla sempre di navi e ghiaccio, ma in cui non ci sono iceberg cattivi e biondini buoni. Questa storia parla invece di navi fatte di ghiaccio – e il bello è che è una storia vera.

Erano gli inizi degli anni Quaranta: la Seconda Guerra Mondiale imperversava in tutto il mondo. Combattimenti, morti, devastazioni su una scala mai vista prima – tutto questo costava un mucchio di denaro agli Stati in lotta. E quindi i governi erano alla ricerca di soluzioni economiche che permettessero di continuare a guerreggiare spendendo meno.

Fu in questo ambiente che a un inventore inglese, Geoffrey Pyke, venne un’idea rivoluzionaria: costruire navi portaeree di ghiaccio. Dopotutto l’acciaio costava moltissimo e, a prima vista, non è che galleggiasse tanto meglio di un iceberg (il Titanic era affondato nel 1912: appunto). Inoltre, con tutti i proiettili e le armi che c’erano da costruire, risparmiare sull’acciaio delle navi avrebbe fatto solo bene alle finanze degli Alleati.

Pyke sviluppò un materiale, detto Pykrete, composto da un misto di ghiaccio e segatura, che avrebbe dovuto formare la base di queste nuove navi. A quanto pare furono le tecniche degli Inuit (la più famosa popolazione Eskimese) a ispirarlo, ma Pyke era ben più ambizioso di loro: la Pykrete si fondeva solo fino a un certo punto, perchè la segatura formava una sorta di barriera, era modellabile e resistentissima, quanto e più dell’acciaio. Una nave fatta di Pykrete sarebbe stata una sorta di gigantesco iceberg artificiale, che poteva muoversi nell’Oceano a piacimento.

Se oggi il progetto sembra fin troppo fantasioso, ai tempi trovò sostenitori illustri: Winston Churchill, per dirne uno. Fu così che ebbe inizio il progetto Habakkuk – nome ispirato a uno dei libri della Bibbia. I primi esperimenti furono condotti in piena Londra ma in gran segreto, nel mercato della carne di Smithfield, tra animali morti e macellai. Poi si passò al Canada, e ci fu anche un vero prototipo di nave, costruita nel Patricia Lake. Le cose parevano andare bene.

Ma il sogno di Pyke, con l’avanzare degli esperimenti, iniziava a zoppicare. La Pykrete richiedeva in realtà degli impianti di refrigerazione e dei rinforzi metallici, il governo faceva richieste sempre più esotiche e, tutto sommato, i costi di ricerca e sviluppo erano tali da non giustificare lo sforzo. Poco a poco il progetto perse priorità, fino ad essere definitivamente abbandonato alla fine del 1943. Quando anche la nave di ghiaccio canadese si sciolse, l’epoca  di Habakkuk ebbe fine.

Eppure il progetto aveva qualcosa di meraviglioso. Il desiderio di imitare la natura, di trasformare uno dei più grandi nemici dei marinai in un loro alleato, il sogno di una bellissime navi interamente fatta di ghiaccio. Sembra strano che tanta creatività fosse al servizio di una guerra – strano, ma anche tanto umano.

E voi che ne pensate? Dove andreste, con una nave di ghiaccio? E poi: serve per forza un motivo forte come una guerra, per scatenare la creatività, o riusciamo a farlo anche in tempo di pace? C’è da riflettere…

Commenti (2)
Questo articolo è stato pubblicato lunedì 22/09/08 alle ore 10:54 e classificato in Mobile & Tech » Hi-Tech . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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  • ATMB
    di ATMB | 23/09/2008 00:14

    domanda: ma che cosa si è fumato l’autore di questo articolo prima di scriverlo? e soprattutto… cosa ha a che fare con il blog vodafone lab? :)

  • francescodimitri
    di francescodimitri | 23/09/2008 09:47

    Fumare, non fumo – è uno dei pochi vizi che mi mancano!

    Poi, ATMB, se scorri i vecchi post, vedrai che ci sono articoli ben più strani: il bello del lab è che ci occupiamo di tecnologia a 360 gradi, dei modi in cui viene immaginata, dei sogni del passato che non si sono mai realizzati e di quelli che si realizzeranno un giorno. Non soltanto telefonini, per usare una frase che sembra un po’ troppo uno slogan.

    Ora vado, di là c’è Charles Babbage che mi chiede di parlare di lui…

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