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Iperstorie

C’erano una volta i romanzi. Erano pieni di eroi e mostri, amori, guerre e tutto quel che c’è in mezzo. I romanzi ci sono ancora, per fortuna, ma con l’arrivo dei computer sono nati altri modi di raccontare storie. Come i videogiochi, per esempio. O gli ipertesti: i ‘testi’ che hanno reso grande Internet vengono usati anche per le storie. E chi trova noiosi i soliti romanzi, forse può godersi un nuovo, scintillante, ipertesto narrativo.

La parola ‘ipertesto’ fu coniata negli anni Sessanta da Ted Nelson, un filosofo americano. La tecnologia di fondo era stata anticipata da Vannevar Bush, con il suo ‘Memex’.  All’inizio l’ipertesto fu cocepito soprattutto come un modo per catalogare, ordinare e ritrovare rapidamente le informazioni. Presto, però, il genio uscì dalla bottiglia, e la tecnologia si trasformò in qualcosa di nuovo.

La parola ‘ipertesto’ dà l’idea che ci sia qualcosa di più, di diverso, rispetto a un testo normale. E in effetti qualcosa c’è, ed è qualcosa di ovvio per chiunque frequenti blog e siti internet. Mentre un testo normale va letto sequenzialmente, dall’inizio alla fine, un ipertesto può essere letto a salti: cliccando su un link è possibile passare a un’altra parte del documento, oppure proprio a un altro documento.

È quella che viene chiamata ‘navigazione’: dal blog di tuo fratello capiti su un sito di informatica, che ti rispedisce a una community di appassionati di fumetti, che ti consigliano (bravi) di venire sul lab. Alla fine l’esperienza della navigazione è stata tua, solo tua, e nessun altro ha navigato nel tuo stesso, identico modo.

Fin qui niente di nuovo. Ma immaginate quante possibilità aprono gli ipertesti alla narrazione. Ti interessa la storia di un certo personaggio? Cliccando sui giusti link potrai seguire solo la sua, ignorando le altre. Ti interessa capire come va a finire una certa sotto-trama? E allora segui quella. Ancora più divertente, si possono creare percorsi basati su assonanze, idee, istinto (perchè non cliccare sulla parola ‘nuvola’ e vedere dove porta?). Mentre un romanzo viene letto da tutti nello stesso modo, un ipertesto narrativo viene letto da ciascuno in modo diverso, e ogni lettore diventa anche un po’ scrittore. Niente male, vero?

Questa faccenda degli ipertesti ricorderà a qualcuno i librogame, molto popolari qualche tempo fa: libri, in pratica, in cui il lettore poteva ‘giocare’, fare le sue scelte e portare avanti la stua storia. Ma con l’arrivo dei computer, questi racconti sono diventati molto più complessi, molto più strani.

Un esempio? Patchwork girl, di Shelley Jackson. In pratica, è una riscrittura di Frankenstein in cui il mostro è una donna, e a crearlo è stata Mary Shelley, l’autrice del libro originale. Il lettore può ricostruire pezzetti di storia cliccando su varie illustrazioni e su parole, che rappresentano il corpo del mostro. Ma l’ipertesto narrativo più famoso è senza dubbio Afternoon, di Michael Joyce, una storia intensa, a metà tra delirio e realtà, che parla di un uomo che vede un incidente d’auto – che lo coinvolge a più di un livello.

Che ne pensate? Vi piace l’idea di poter ‘navigare’ un racconto, costruendone l’ossatura insieme allo scrittore, o preferite i cari, vecchi romanzi? Dopotutto, anche la carta ha il suo fascino – o no? Come al solito, labber, il responso è a voi.

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Questo articolo è stato pubblicato giovedì 01/01/09 alle ore 12:00 e classificato in Lifestyle » Film, Musica & (e)Books . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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