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Come è bello essere dimenticati!

Blog, profili su social network, tweet, video su Youtube, siti personali… farsi conoscere, comparire, essere “cliccati” sembrano diventati ormai i principali obiettivi di ognuno. Se una volta la maggior parte della gente viveva la propria vita nell’anonimato – accontentandosi di essere riconosciuta e salutata da parenti, colleghi e vicini – oggi la situazione è cambiata. E infatti la competizione a chi ha più amici su Facebook, a chi pubblica il post più letto, a chi viene cercato di più in rete è ormai un aspetto comune della vita quotidiana.

Essere su internet è fondamentale, è sinonimo di esistere. Chi non c’è è bollato come un essere preistorico, quasi personaggio mitologico, a cavallo tra realtà e immaginazione. Eppure esserci, a volte, può trasformarsi in un problema.
Chi di voi non ha mai provato a digitare il proprio nome e cognome su un motore di ricerca per vedere cosa salta fuori? La lista di risultati, spesso, porta ai propri profili online, ma può accadere che appaiano foto, informazioni e ricordi di un passato lontano – a volte piacevole, a volte meno.

Immaginate la scena: avete un negozio di oggettistica, un’attività piccola e graziosa. Le cose vanno va bene e si sparge la voce. Un giorno qualcuno che ne ha sentito parlare cerca il vostro nome in rete; ed ecco che, insieme ai risultati relativi al vostro negozio, vengono fuori vecchi titoli e articoli di giornale relativi a un episodio passato nel quale siete stati coinvolti. Vicende di cronaca che vi hanno toccato da vicino, come vittime, parenti o magari colpevoli di un reato, ma che sono ormai superate e di cui speravate di esservi liberati per sempre. Invece basta un click e tutti possono farsi un’idea che non corrisponde più alla realtà presente, e costruirsi un’immagine di voi attraverso informazioni che non dovrebbero essere più rintracciabili.

Il criterio di selezione, per i mezzi di comunicazione più tradizionali, è semplice: se un fatto è socialmente rilevante, si può, e deve, rendere pubblico. Ma se così non è, pubblicarlo significa non rispettare il “diritto all’oblio” delle persone nominate.
La situazione si complica ovviamente sulla rete. Pensate ai motori di ricerca, o ai database di aziende dalle quali, per esempio, si acquista online. Tutti i dati inseriti nel web spesso vi rimangono a tempo indeterminato.

Questo è uno dei motivi per cui l’Unione Europea si sta muovendo per garantire la protezione dei dati personali anche nel mondo virtuale. Viviane Reding, commissario UE alla Giustizia, ha annunciato proprio in questi giorni la volontà di aggiornare ai tempi digitali le regole esistenti, e ormai superate, a tutela della privacy. Lo scopo è quello di ridurre al minimo la raccolta e il trattamento dei dati personali dell’internauta, riconoscendogli, inoltre, il pieno diritto di seguire il percorso delle notizie che lo riguardano: dove sono, da quando e per quanto tempo. E Google già punta i piedi, opponendosi a questa prospettiva.

Anche se un po’ in contrasto con lo spirito no limits della rete, senza dubbio la questione è importante. Attenderemo gli sviluppi previsti per il 2011. Ai posteri l’ardua sentenza, dunque… se il fatto non verrà dimenticato prima.

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Questo articolo è stato pubblicato giovedì 11/11/10 alle ore 18:00 e classificato in Web & Social » Social Media . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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