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La molletta per stendere

Era quel periodo in cui l’altezza dei gemelli era circa 90 cm, il ché significava avere la schiena a pezzi, passando la maggior parte delle mie giornate piegata. E tenere loro la manina, abbracciarli, aiutarli nell’equilibrio o qualsiasi altra cosa comportava posture disumane. Non c’è bisogno che spieghi oltre, lo so che le mamme sanno cosa intendo.

A quel tempo una mia amica, con i figli un po’ più grandi dei miei, per rincuorarmi mi ha raccontato questa sua storia.

Il suo primo figlio aveva imparato a camminare. E aveva dimostrato del talento perchè solo dopo pochi giorni andava spedito come un treno. Ma, c’era un ma. Riusciva nell’impresa solo a una condizione: la mamma doveva tenerlo per la maglietta, dietro, sulla schiena. Soddisfatta quella condizione, lui si prodigava con orgoglio di tutti – nonne in testa – perfino in precocissime corsette. Ma sottratta la pinza delle dita al tessuto della maglietta, il figlio s’afflosciava sul pavimento come una marionetta senza mano dentro. All’inizio la cosa era sembrata tenera alla mia amica, che anzi si pasceva di quel ruolo rassicurante e, a ben pensarci, molto potente. Col tempo però diventò chiaro che l’appiglio alla maglietta si era fatto sempre più leggero e che il bambino poteva camminare benissimo da solo. Tuttavia non lo faceva, e s’afflosciava altrimenti.

La mia amica, che è un tipo pratico e intelligente, decise che era tempo di rompere la condanna alla schiena piegata, che cominciava a scricchiolare, e una mattina ebbe un’idea. Con sguardo determinato e passo marziale raggiunse il terrazzo e prelevò dal cestino una molletta da stendere. Svegliò il figlio, lo aiutò a vestirsi, gli fece lavare i denti eccetera e quando quello fu pronto, con nonchalance, da dietro, senza che lui vedesse, gli attaccò la molletta alla maglietta.

Quello non fece una piega e cominciò a deambulare in tutta autonomia. Per sempre.

Questa è una delle storie più belle che io conosca a proposito di essere madre e una delle tre (le altre due le scriverò poi) che mi ha insegnato di più.

In primo luogo, mi ha insegnato a sdrammatizzare, sempre.

Poi mi ha insegnato che se cerco di calarmi – con le viscere, non teoricamente – nel personaggio di mio figlio e in quello che vive e sente, automaticamente si dimezza il tempo per trovare una soluzione alle mie ansie (e ai suoi problemi).

Ho capito anche che noi genitori abbiamo un grande vantaggio, anzi due: quello di sapere osservare e quello dell’esperienza. E che entrambi vanno esercitati in silenzio.

Sapere osservare non vuole dire spionaggio, vuole dire partecipazione discreta e attenta. Esperienza non vuole dire autorità o accondiscendenza, vuole dire accompagnare consapevoli.

Non c’è bisogno di sbirciare sul loro video quando stanno in chat, su Facebook o su un gioco online. Una buona soluzione è essere anche noi su Facebook e averli tra i contatti o aprire un account sul loro gioco preferito, per capire come funziona e magari per finire per essere quelli che attaccano il loro villaggio (o, ahimè, più probabile, il viceversa).

Non c’è bisogno di calar loro dall’alto tutto il nostro conoscere, il nostro sapere già. Banalizza la loro voglia di scoprire, oltre a renderci ai loro occhi cattedrattici e noiosi. Invece, usiamo la nostra esperienza per trovare il lato giusto per prenderli e guidarli perchè, in modo sempre più autonomo, camminino da soli e facciano scelte giuste.

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Questo articolo è stato pubblicato venerdì 08/04/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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