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Aspetta, ho quasi finito…ancora 5 minuti

Da poche settimane sono dotata di un iPhone. A parte il frigo Smeg Union Jack che troneggia nella nostra cucina, credo che il mio iPhone sia l’oggetto più utile e sexy che abbia mai posseduto.

Mi ci è voluto pochissimo, direi i tre minuti che ci hanno messo i miei figli per aprire la scatola appena sono tornata a casa, per capire che avere un iPhone e dei figli significa condividere l’oggetto come il gabinetto di casa: impossibile negarne l’uso essendo un diritto di tutti i familiari.

Il senso di possesso (non che ce l’abbia per il gabinetto, s’intende, quello era solo un esempio) si stempera subito, tu volente o più che altro nolente, e una serie di figure fluttuanti a ogni ora del giorno cominciano a danzarci intorno, vanno e vengono, usano e scaricano, organizzano, maneggiano, trafficano a seconda delle esigenze.

Oserei addirittura dire che la famiglia ci si raccoglie intorno come si faceva con la radio anni fa.

E infatti, ora, dopo cena, finito di sparecchiare, io dichiaro con fare matriarcale: “portatemi l’iPhone! A chi tocca scegliermi il circuito e a chi la macchina stasera?”.

Perché, se ci sono voluti 3 minuti per togliermi il senso di possesso, dopo 5 c’erano già almeno tre giochi scaricati, uno dei quali (Asphalt 6 Adrenaline) consiste nel guidare una macchina a velocità supersonica su percorsi improbabili.

E sì, ora ho un personal trainer (ho sempre desiderato averne uno, mi immaginavo in circostanze diverse, ma vabbè) che mi insegna e uno che ogni sera sentenzia se sono migliorata abbastanza per passare al circuito superiore.

Come due angeli custodi i miei due figli maschi mi si piazzano alle spalle e io schiaccio start.

Un vociare concitato di strategie, consigli, “mamma no, non così”, interventi diretti di ditina morbide sullo schermo per salvarmi la vita accompagnano la mia partita, mentre il mio corpo ondeggia tutto a destra o a sinistra a seconda di dov’è la curva o, spesso, sobbalza quando mi schianto irrimediabilmente.

L’altra sera, proprio subito dopo il mio schianto che sanciva la fine della mia partita giornaliera, mio figlio da dietro mi ha fatto una carezza sulla testa e mi ha detto “mamma, tu sei davvero una mamma speciale”. “E perché?”. “Perché mamma, io non ne conosco altre di mamme che giocano come te”.

Venerdì scorso ho attraversato Milano in metropolitana. Avendo di fronte a me una quarantina di minuti di dolce far niente (cosa che mi riempie sempre di un certo imbarazzo, perché  non mi capita mai) ho deciso di controllare quali altri giochi avessero preso i ragazzi. Di recente infatti in uno gratuito che figurava alcuni cavalieri medievali in guerra, l’uccisione era rappresentata da allegri schizzi di sangue che si spargevano per tutto lo schermo.

Così ho scoperto che alcuni giochi non sono proprio adatti a degli undicenni e volevo controllare che niente altro di quel tipo fose stato per sbaglio scaricato. Sull’iPhone ce n’era uno nuovo che si chiama Monster Dash e sono entrata a vedere cosa fosse.

Trattasi di un ometto armato di una specie di lanciafiamme che deve correre e correre per salvarsi da alcuni mostriciattoli. Corre sempre in cima a delle rocce con due dirupi a fianco e spesso le rocce si interrompono e allora deve anche saltare. Se non salta in tempo, si spiaccica sulla roccia di fronte, in genere più alta.

Così a scriverlo sembra noioso ma dopo un minuto che ci giocavo, non so come spiegarvelo, non riuscivo a smettere, nè di correre e saltare, nè di ridere quando mi schiantavo (anche un po’ a voce alta, temo). Sentivo gli sguardi dei miei vicini di sedia sul gioco, come quelli che ti leggono il giornale da sopra, e credo anche di aver colto qualche loro pensiero tra cui “ma guarda questa signora, alla sua età, che gioca col telefonino…e poi ci stupiamo che l’Italia vada a rotoli”. E sì, mi vergognavo anche un pochino, ma ogni volta che finivo la partita che avevo giurato essere l’ultima non resistevo a schiacciare di nuovo “play again”.

Ho mancato la fermata in cui dovevo scendere.

Garantisco di essere una donna di 44 anni di media cultura, emotivamente stabile e generalmente responsabile. Che ora sa meglio perché i suoi figli protestano quando sentono il suo “è ora di smettere di giocare” e credo sarà un po’ più paziente….

lavale3 è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì 06/06/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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