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“Facciamolo a skuola”: cellulari e microprostituzione nel racconto di Marida Lombardo Pijola

“Scarico in Rete? Il sito lo so io. In cambio ti danno le ricariche, tipo da cinque, da dieci, da venti, non lo so. Senza la faccia vale meno. Però dieci con queste tette li alzi, cioè, è sicuro.”
“No, no, guarda, ti prego, proprio no… non voglio, guarda, mi vergogno proprio!”
“Tatina, sei proprio una fagiana! Allora almeno mandiamo in giro le foto, e poi te le fai palpare a scuola nostra, no? Se vuoi organizzo io. Guarda che lo fa un sacco di gente.”
“No!”
“Che c’è di male, giusto una toccatina, no? Neanche la senti. E’ come le siringhe, fatti conto. Popi popi e poi… già faaattto? Ci fai un botto di soldi, guarda, te lo giuro.”

E’ un brano da Facciamolo a skuola. Storie di quasi bimbi“, il nuovo libro di Marida Lombardo Pijola, giornalista e opinionista, insignita di una targa dal Telefono Azzurro per il suo impegno a favore dei minori, già autrice di “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano Principessa”. Con questo libro, l’autrice continua a documentare la doppia vita dei nativi digitali. La storia, romanzata ma vera nelle sue linee essenziali, è quella della tredicenne Nina, emblematica di questi bimbi sperduti dell’era digitale, che vivono nelle nostre case e senza che noi ce ne accorgiamo giocano al sesso sul Web, nelle discoteche, nelle scuole.

Da tecnoottimista, leggendo di Nina, mi sono detta: in fondo l’insicurezza del sentirsi brutte è sempre esistita. I genitori assenti sono sempre esistiti. Le decisioni sbagliate, le cattive compagnie sono sempre esistite. Le sostanze psicotrope, lo “sballo” obbligato per la pressione degli altri sono sempre esistiti. Lo stupro di gruppo – tragicamente – è sempre esistito. Non ho avuto la sensazione di leggere una storia nuova, nonostante ogni tanto facciano capolino (come nel brano che vi ho citato) siti Web, chat e cellulari.

Ma poi leggo, nella postfazione dell’autrice, le statistiche che documentano l’invasione sempre più precoce della sessualità nella vita dei bambini, la leggerezza con cui condividono le immagini del proprio corpo, la loro propensione – troppo spesso – a fidarsi degli sconosciuti incontrati in rete: che siano di Save the Children, di Eurispes, della Società italiana di ginecologia e ostetricia, queste ricerche sono tutte coerenti nel restituirci l’immagine di un presente che non vogliamo vedere. La solitudine del genitore davanti a questi fenomeni è ormai una solitudine di massa. Leggo anche:

Resta inspiegabile il fatto che, nella coscienza collettiva, non sia esplosa la bomba lanciata da Luca Bernardo, direttore dell’Unità di pediatria e dell’Ambulatorio per il disagio giovanile al Fatebenefratelli di Milano. Lo stesso allarme poi rilanciato dall’assessore alla Salute del comune di Milano, Gian Paolo Landi di Chiavenna, che aveva raccolto i racconti sgomenti dei presidi di molti istituti.

Liste elettroniche di piccole escort, nome cognome indirizzi cellulari, elenco di prestazioni e tariffari, tutto in circolazione via web o via cellulare nelle singole scuole, oppure tra una scuola e l’altra. Tredici/diciassette anni. Protocollo per incrociare l’offerta e la domanda, incontri fissati in classe tramite SMS o squilli sui cellulari: beep beep, l’appuntamento è adesso, in quel determinato crepaccio della scuola, fast sex, in due, in tre, magari anche in gruppo, come viene.

Bernardo ha assegnato a quesi nuovi riti un’identità lessicale, come si fa con ogni fenomeno che impatti sul costume, determinando una mutazione antropologica: li ha battezzati “microprostituzione”, con un prefisso che non attenua le dimensioni del fenomeno, piuttosto ne definisce la generazione, così diffondendo un suono ancora più sinistro.

Nina, nel libro, è una ragazzina. Credo che l’allarme dei genitori scatti più immediato, più viscerale, per chi ha bambine: nei bambini (maschi) la nostra cultura considera a volte curiosità e “ragazzate” comportamenti anche più gravi di quelli che per le bambine sono invece considerati un pericolo da cui difenderle a tutti i costi. Ma ricordiamoci che, per ogni microprostituta che vende palpeggi ai compagni nei bagni della scuola, c’è sempre un microcliente, un microutilizzatore finale. Come non pretendere che anche questo ragazzino, coetaneo o poco più, debba essere responsabile dei suoi comportamenti? E allora viene da dire ai genitori: il doppio standard fa un danno a tutti. Educate i vostri figli, che siano femmine o maschi, a una sessualità consapevole, al rispetto dei confini del proprio corpo. Se riuscite a fare questo, l’uso responsabile delle tecnologie verrà quasi da sé. E li avrete accompagnati verso quel lieto fine che Marida Lombardo Pijola auspica alla fine del suo libro, che perde di vista Nina ma dopo averci aperto gli occhi apre un varco alla speranza.

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Questo articolo è stato pubblicato martedì 05/07/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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