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Il primo viaggio (da sola) con la tecnologia

Ho dato a mia figlia un telefonino vecchio quando ha cominciato ad andare a scuola da sola. Era in quarta elementare e aveva 8 anni. Dopo sei mesi le ho chiesto di lasciarlo a casa. Lo scopo era che mi mandasse un sms per dirmi che era arrivata, ma la maggior parte delle volte si dimenticava. Alla terza telefonata alla Segreteria per accertarmi che fosse sana e salva in classe mi sono sentita ridicola e ho deciso che il Nonno Civico all’incrocio avrebbe dovuto bastarmi.

Sono passati molti anni da allora (solo sei, in realtà, ma una mamma che legge lo sa che sono molti). Il telefonino è cambiato, ma è ancora solo il secondo che abbia mai avuto, quello ricevuto, se mi ricordo bene, alla Comunione, che non ha accesso a internet e fa le foto così così.

Con quel device in tasca ieri Marta ha passato il controllo passaporti di Malpensa, da sola. Il suo primo viaggio in aereo da sola. Destinazione Belgrado, per andare a trovare la sua amichetta del cuore che vive là.

Se hai 14 anni compiuti viaggi senza genitori e senza documenti di affido verso la maggior parte delle destinazioni europee, forse tutte. Ci ho messo almeno una settimana a crederci, fatta di telefonate alle polizie di mezza Europa per accertarmene. È così. Sono ritenuti grandi abbastanza, parrebbe.

Ne è passato del tempo da quando vivevamo in Inghilterra e sull’aereo me la tenevo stretta in vita con la cintura di sicurezza arancione in miniatura, e le leggevo storie sperando che si addormentasse per fare, io, un viaggio comodo.

Adesso è lì, più alta di me, che sorseggia la sua coca-cola dopo il check-in e prima di salutarmi.
Le scappa un sospiro.
Le dico “Tutto bene? Hai paura?”
“Mamma, ma figurati!”

Dice così ma io sono sua madre e lo so che un po’ ne ha. Un po’ che, mista alla curiosità del nuovo e all’orgoglio di essere grande, si stempera. Fa capolino solo per brevissimi tratti, che si vede lontano un miglio che la sorprendono dalla pancia in su.

Dal canto mio, la mia di paura cerco di nascondergliela più che posso. Ci sono mille cose che possono andare storto, dal ritardo dell’aereo, alla cancellazione, al bagaglio smarrito, al poliziotto alla frontiera della Serbia che, anche lui, potrebbe non credere che una quattordicenne possa viaggiare da sola e me la potrebbe bloccare in aeroporto.

Noi genitori di adolescenti sappiamo se hanno la testa sulle spalle ma non sappiamo mai se hanno la prontezza di cavarsela nell’imprevisto che non conoscono.

E poi, io, non ho mai viaggiato a quell’età da sola. Io non so.

A casa abbiamo ripetuto il percorso più volte a mente, dal controllo bagagli in partenza al recupero bagagli a destinazione.

Poi abbiamo controllato il supporto tecnologico: che il suo scassato telefonino fosse abilitato alle chiamate dall’estero, come fare a trovare la rete manualmente se in automatico non avesse funzionato. E abbiamo fatto una ricarica di 50 euro, per qualsiasi evenienza. In memoria abbiamo anche messo il numero del Consolato.

Io ho settato il flight tracking sul mio iPhone.

È il momento della fatidica scena della mamma che bacia la figlia prima del serpentone verso i raggi X del bagaglio a mano. Da lì in poi se la deve cavare da sola e neanche hanno ancora annunciato il gate.

Ci abbracciamo e mi saluta con un sorrisino timido timido. Dall’altra parte dei raggi X, si gira e mi cerca. Non mi vede subito, ma insiste finché riesce a farmi ciao con la mano appena accennata. La conosco come le mie tasche e vedo che il suo passo è secco di dignità ma insieme incerto come sulle sabbie mobili…e curioso, anche.

Sono più tranquilla di quanto non mi fossi immaginata ma appena scompare dalla mia vista devo costringermi a non mandare un sms di controllo. Mi dico “Stai ferma, non assillarla”.

Non faccio in tempo a pensarlo che mi bippa il cellulare.
“Trovato il gate, sto andando”.
Dopo due secondi, “Se il mio numero è 18F, F è la fila?”
“No, 18 è la fila, F il finestrino” (aveva chiesto il posto con vista, al check-in)
“Ma 18 è solo tre posti o sei?”
“Sei. devi guardare sopra ai posti x sapere se F è a destra o sinistra”
“Ok, grazie. Ma sull’aereo vuole vedere solo la carta di imbarco o anche il passaporto?”
“Non mi ricordo =( Vi state imbarcando?”
“Quasi. È arrivata adesso la hostess”

L’iPhone vibra ancora. È Philip, mio marito, scrive “Come sta andando? Lo ammetto, mi sento un po’ ansioso”. È inglese e fino a questo preciso momento, per tutte le settimane di preparazione, ha tenuto un profilo molto smart, di nonchalance direi, prendendomi in giro per le mie preoccupazioni da chioccia. Constato con un sorriso tenero che anche lui ha calato le braghe, ora.

Non prendetemi in giro, ma sono stata in areoporto finché l’aereo non è decollato, sfilandomi morbido sotto gli occhi (mi giustifico solo con il fatto che era la prima volta, la prossima giuro che la scarico al parcheggio “sosta breve” senza fare una piega).

Appena arrivata a casa accendo il pc sul sito dell’areoporto di Belgrado per vedere Landed at 20.23.

Io e Philip ci guardiamo un po’ tesi: è il momento della verità sul fatto che una quattordicenne possa davvero viaggiare senza documenti di affido.

Dopo cinque minuti squilla il telefono, è lei.
“Ma il bagaglio è prima o dopo il controllo passaporti? Io non vedo nessun cartello qui”
“Il bagaglio è dopo il controllo passaporti”
“Ah, ok”
Dieci minuti dopo squilla di nuovo: “Ho preso la valigia”, dice trionfante.
Tre minuti dopo squilla di nuovo: “Li ho trovati! sono qui con loro!” (gli amici che la ospitano).

Io e Philip ci guardiamo e scoppiamo a ridere sollevati.
Ma come hanno fatto i nostri genitori a sopravvivere alla nostra crescita senza tecnologia?

lavale3 è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato giovedì 14/07/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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