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Guardando i figli dall’alto

Guardo mia figlia dall’alto della scala che separa la sua camera al piano di sotto e la vedo intenta al computer.

Il telefono di casa è libero. Ai miei tempi era sempre occupato, tra le ore passate a organizzarsi con gli amici per uscire la sera o a raccontare al compagno di scuola malato le ultime novità. O a fare chiacchiere con la ragazza. Sempre tante. Tutta meta-comunicazione, in cui non è importante il livello del contenuto perché ci si concentra sulla relazione. Non conta quello che dici, ma come lo dici e il fatto che parli. Una comunicazione apparentemente superflua e perciò osteggiata dai genitori: “hai finito di parlare di niente che ci serve il telefono?”.

Il suo cellulare è appoggiato distrattamente sul letto. Sono soli questi ragazzi. Sempre su Internet. Quando stanno con gli amici? Quando si vedono?

Adesso. Online. La guardo mentre ha appena postato una nota su Facebook per andare a ballare sabato sera, taggando gli amici. I commenti fioccano in pochi minuti. Il car sharing (quello dei genitori) è garantito da un’organizzazione immediata sui tempi di ritrovo e di ritorno condivisa dal gruppo. Una sua amica condivide un video tutorial su un trucco da sera. Troppo difficile e con prodotti costosi. Magari ne fanno uno loro ispirandosi a quello. Se lo dicono in una videochiamata con webcam.

Vibra il cellulare sul letto. Ecco, gli sms, un altro modo di contattarsi dicendosi cose che si possono dire altrove. Ma la mail? Perché non usano la mail? Perché hanno deciso di usare quelle applicazioni che permettono di messaggiarsi in modo collettivo attraverso il cellulare appoggiandosi alla rete Internet. Le hanno scoperte grazie ad una discussione su Twitter un po’ di sere fa.

Ma Twitter non serve a diffondere informazioni? A segnalare notizie? Non è così che ce lo raccontano i giornali?

Dipende. Molti ragazzi si danno appuntamento la sera su Twitter per chiacchierare. Mia figlia lo fa. Con i suoi amici. Forzano l’uso del mezzo, forse. Se ne appropriano, certamente. Sperimentano usi. Lo piegano alle loro necessità. Insomma: alcune sere fa sono lì, su Twitter, lei e le sue amiche, non quelle di scuola, ma quelle che condividono con lei la passione per la musica e che ha conosciuto da fan di una boy band iscrivendosi in un forum online qualche anno fa. Non importa quale band, una vale l’altra. Voglio dire: proviamo ad astrarre. Ciò che importa è che attorno a una passione, anche pro tempore, si strutturano legami di qualche tipo, anche a distanza. Quello che conta è che spesso le passioni musicali transitano ma i legami rimangono e si spostano verso nuove passioni. Sono lì su Twitter, dicevamo. e “chiacchierano” in pubblico di come fare aumentare i follower di @1DirectionITALY o rendere l’hashtag #OneDirection, trending topic su Twitter. I One Direction sono una giovane band irlandese uscita dall’X-Factor inglese e hanno lanciato un contest tra diversi paesi: se ci sono abbastanza fan verranno in tour nel paese.

Usare i social network e rendere visibile la fandom diventa così un imperativo tra i ragazzi. Si associano le dinamiche di gioco, quelle di condivisione, le culture da fan… Insomma, durante una di queste chiacchierate una sua amica di Milano le segnala l’esistenza di questa applicazione per cellulare per sentirsi di più – anche in gruppo – e spendere meno. In poche ore si diffonde tra tutti gli amici, online e di scuola.

Vibra il cellulare sul letto, dicevamo. Il messaggio che le è arrivato le dice quando la sua amica arriverà in stazione. Si sono viste quest’inverno a Milano per la prima volta live. Parlano di molte cose. A distanza e con costanza. Si sentono al telefono oltre che in rete. Tra qualche giorno verrà a dormire qui per andare assieme al mare e conoscere le altre amiche di mia figlia dopo essersi frequentate via Twitter quest’anno.

Il web, con le diverse forme di comunicazione mediata, testuale ed audiovisiva, ha costruito un rapporto concreto, reale, fisico di amicizia. La distanza territoriale è stata metabolizzata da quella comunicativa. Ma siccome la corporeità dei rapporti conta, si vedono. Abbiamo parlato telefonicamente con i suoi genitori così da rendere “visibile” l’esistenza della realtà a cui sarebbe stata affidata qualche giorno. Noi adulti, con i nostri rituali e convenevoli avevamo bisogno di esplicitare l’esistenza di un rapporto che si era costruito attraverso la mediazione e che, attraverso la voce collegata dal filo del telefono di casa, ci sembrava un po’ più vero.

Guardo mia figlia dall’alto della scala che separa la sua camera al piano di sotto e la vedo intenta al computer. La sento ridere. È con i suoi amici. Richiudo la porta, tanto il car sharing è organizzato. A me tocca il ritorno.

gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 14/09/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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