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Nuova privacy per nuovi bambini

Abbiamo già discusso di come i genitori, pur preoccupandosi della privacy dei propri figli online e dell’suo dei nuovi media, non sempre siano sufficientemente attenti. Specialmente se dobbiamo tenere conto di un contesto mediale mutato velocemente negli ultimi anni, con la moltiplicazione di siti di social networking, la crescita dell’uso di videogame – spesso con piattaforme online di supporto – e di veri e propri giochi online, per non parlare della diffusione degli smartphone.

Un ambiente in cui si trovano immersi non solo adolescenti ma anche moltissimi bambini. In particolare pensiamo alla privacy di quelli più piccoli, con meno risorse emotive e culturali per gestire e crescere la loro identità in un’era di mediazione comunicativa.

Per questo motivo diventa importante il lavoro che fanno le istituzioni che si occupano di questi temi, in particolare dal punto di vista normativo. La Federal Trade Commission statunitense ha da poco proposto una modifica alle regole di garanzia della privacy online per i minori di 13 anni previste nel Children’s Online Privacy Protection Act, rivedendo alcuni ambiti fondamentali e allineando le policy con il contesto tecnologico e culturale di uso che è cambiato.

Jon Leibowitz, presidente della commissione che ha rivisto le regole, ritiene sinteticamente i più giovani “tecnologicamente avanzati, ma poveri di giudizio” e quindi con la necessità di essere protetti in modo più significativo rispetto a una semplice autorizzazione di trattamento dati inviata via mail da parte di un genitore.

In pratica quello che l’FTC ha fatto è stato attribuire un nuovo senso al concetto di “informazioni personali” del minore in linea con il cambiamento in atto che, dal 2000 a oggi, ha visto un salto evolutivo importante. Rientrano così ad esempio sotto la denominazione: la tutela rispetto al luogo in cui si trova il bambino (tema connesso alle pratiche di geolocalizzazione che si stanno diffondendo), il riconoscimento facciale (molto spesso applicato alle immagini online attraverso sistemi automatizzati che riconducono facce a profili suggerendo come “taggare” le identità), i cookies, che raccolgono dati per connettere l’esperienza di navigazione online alle forme del marketing e che, nella nuova formulazione, richiederanno un consenso ad hoc da parte del genitore.

Viene poi proposta una nuova accezione relativa alla conservazione dei dati che produce un duplice scenario. Da una parte si avrebbe la possibilità per i bambini di frequentare comunità online senza il consenso da parte dei genitori, a condizione che gli operatori di queste community “take reasonable measures to delete all or virtually all children’s personal information before it is made public”. In pratica si considera l’esperienza in una comunità, ad esempio un gruppo di pari, privata anche nei confronti dei genitori a meno che i profili non diventino pubblici.

Dall’altra i siti web saranno tenuti a salvaguardare e proteggere i dati dei minori in loro possesso e li potranno conservare “tanto a lungo quanto è ragionevolmente necessario”, che è una formulazione vaga ma che in generale rimanda all’idea che i dati di un minore non debbano essere conservati in modo permanente. Il che significa implicitamente che si sancisce un principio per il quale la loro vita da adulti non deve essere immediatamente riconducibile a tracce del loro passato di bambini online.

Se da una parte questa proposta apre a uno scenario di necessario rinnovamento delle forme di tutela online dei minori con il consenso delle organizzazioni dei genitori, dall’altra preoccupa molti gestori di siti, di community e di social network che – per applicare le regole – dovranno investire economicamente cifre che non sempre troveranno un ritorno immediato. Il che prelude a forme di lobby per resistere all’applicazione della normativa o modificarne l’impianto, oppure di divieto di partecipazione a community e social network ai minori di 13 anni per evitare ogni problema.

Ma anche quest’ultima soluzione non sembra di facile applicabilità. Prendete Facebook che già allo stato attuale fissa nei 13 anni la soglia minima di accesso. Ne abbiamo già parlato, la ricerca State of the Net condotta da Consumer Reports ha mostrato come siano circa 7,5 milioni gli under 13 che hanno attivato un profilo su Facebook, di cui oltre 5 milioni hanno un’età inferiore ai 10 anni. Possiamo prevedere querele incrociate e cause promosse sia da parte dei genitori che del gestore.

Se ampliamo un po’ lo sguardo forse possiamo trarre una lezione da quello che sta accadendo. Il punto non è tanto quali divieti porre, steccati costruire, parti della Rete oscurare ai minori, ma come cominciare a prendere coscienza che si tratta di un ambiente che sarà sempre più frequentato da loro e che sta nei loro diritti (acquisiti dalle loro competenze tecnologiche) farlo. Si tratta di un fatto che richiede di ripensare meglio il nostro modo di abitare questo ambiente, non solo con visioni adulto-centriche.

gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 21/09/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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