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Un adolescente online si racconta… ed è subito “effetto perverso”

Sappiamo che i nostri figli si sovrespongono online, con tutti i limiti e le potenzialità della cosa, e che in questo ambiente tendono a esprimersi in modo spontaneo e sopra le righe o giocando con il loro modo di essere e di presentarsi.

Capita a volta di leggere contenuti poco significativi, slogan, scritte che assomigliano tanto a quelle sui muri delle città ma che in Rete possono avere la potenza di un grido direttamente proporzionale al rumore che possono generare. Dipende da chi lo dice e da come questa cosa diventa visibile.

Se ad esempio sei il nipote sedicenne del dittatore nordcoreano Kim Jong-il, allora le cose che scrivi sul tuo profilo Facebook, i tweet che lanci, i video che carichi su YouTube, come ti presenti, i contenuti che condividi, sono tutte cose che finiscono per uscire dal semplice dominio semi-privato dei social network e dagli spazi relazionali di Rete, per rappresentare un contenuto politico.

Così la scritta/grido “Long Live Free Democracy!!!” del sedicenne Han-sol è diventata nei media – in particolare nella Corea del Sud – il simbolo di una contrapposizione al potere stalinista e totalitario del nonno.

Su MySpace il ragazzo si definisce “Altrimenti Cristiano”, categoria utilizzata solitamente dal culto ortodosso. Su Facebook le sue foto lo mostrano con una collana con un piccolo crocifisso. Su YouTube si definisce “a favore dei diritti religiosi”. Basta questo in un paese in cui l’appartenenza religiosa viene punita con violenze, arresti e talvolta uccisioni: “si stima che tra le 150.000 e le 200.000 persone siano contenute in campi di prigionia in aree nascoste per ragioni religiose”.

In altre fotografie – probabilmente riconducibili a lui – compare con i capelli tinti di giallo e con indosso T-Shirt, sfoggiando uno stile di vita occidentale e dichiara di amare viaggi, cibo, vino e i film “Love Actually” e “Remember the Titans”.

Tutte banalità da compilazione di profilo, semplici contenuti quotidiani, frasi frettolose che però diventano uno strumento potente di contro-comunicazione, anche involontaria, nel momento in cui vengono amplificate dal sistema dei media occidentali e della Corea del Sud. La vita online di Han-sol è stata passata al setaccio status per status, tweet per tweet, prima che i profili venissero resi inaccessibili dalla chiusura o da regole di privacy molto restrittive. Al di là della sua reale consapevolezza è diventato un simbolo involontario: il suo stare online e raccontarsi è diventato una forma di comunicazione che ha prodotto un valore di per sé dal momento in cui è stata trattata dai media. Ovviamente il dubbio di un uso manipolatorio dei contenuti a favore di una campagna anti dittatoriale – per quanto auspicabile sia – è molto evidente.

Quello che ci resta è un po’ più di consapevolezza di come dietro al caso eclatante ci sia il comportamento normale di un sedicenne, di uno dei nostri figli, il cui modo di abitare la Rete, le regole di privacy scelte ecc., finiscono per produrre effetti non intenzionali che partono da azioni intenzionali e ritenute, tutto sommato, superficiali.

gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 05/10/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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