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Due storie limite di adolescenti online: la sensibilità per gli altri passa anche da Internet

Due storie di adolescenti mi hanno colpito in particolar modo questa settimana. Ci toccano come adulti e come genitori. Sono storie dure, eccessive, quasi casi limite e richiedono di essere guardate con sguardo meno superficiale di come saremmo tentati di fare. Vanno lette provando a sospendere il giudizio immediato e istintivo. Prendiamole come occasioni per discuterne assieme e capire un po’ meglio il mondo della privacy e dell’esposizione dei ragazzi online.

Amber Cole ha 14 anni e fa sesso nel cortile della scuola con un suo compagno e l’atto viene ripreso. Il video viene caricato su Facebook e diventa un virale che si diffonde creando molto clamore con conseguente campagna di insulti sui profili della ragazza. Si conclude con l’arresto dei due adolescenti che hanno caricato il video, una forte umiliazione per la famiglia e il cambio di scuola per Amber.

A un primo sguardo possiamo concentrarci sulla messa online di un video con contenuto pornografico con protagonista una adolescente da parte di altri adolescenti. Certamente è un reato e lede la dignità e la reputazione di una persona. Senza contare che ci sarebbe da riflettere sulla dimensione sessista che vede la femmina sanzionabile e il maschio no. Ma quello che colpisce è anche la condivisione da parte di molti altri adolescenti che ne ha fatto un contenuto virale in Rete. Colpisce cioè la responsabilità che sta dietro allo sharing, l’idea che “alla fine ho solo condiviso un contenuto ma l’hanno caricato degli altri” e che mostra una percezione del valore delle azioni online con un livello di responsabilizzazione diversa da quella che ci aspettiamo. Certamente mette in evidenza una diversa percezione da parte dei ragazzi delle conseguenze delle loro azioni comunicative sul web. Quello che da adulti chiameremmo un atto di cyberbullismo. Ma come ho già scritto, il linguaggio che abbiamo da adulti per definire il cyberbullismo è inadeguato. Condividere quel video ha a che fare con azioni legate quasi strettamente alla reputazione online delle persone e con l’intrattenimento basato su forme impietose e crudeli, maliziose e sadiche che riguardano quei modi spicci e sopra le righe che stanno dietro a molti contenuti online condivisi dai più giovani (e non solo). Come se non ci fossero conseguenze se non nella stessa Rete. Un “gioco” sulla reputazione che ha logiche tutte sue, anche problematiche, ma che esprime la sua natura solo dentro la Rete.

Certo, Amber è disperata, ma più per quello che accade nell’online che nelle conseguenze fuori – di cui si preoccupano, invece, molto di più i suoi genitori. Infatti Amber dal suo profilo Twitter scrive “Cosa importa se mi ha esposto così. Non cambia il mio sentimento nei suoi confronti. Lo amo con tutta me stessa e sarò sempre qui per lui”. Quello che l’ha veramente ferita sono le offese da parte di sconosciuti che si è trovata ad affrontare online e che non capiscono la sua storia d’amore di cui il video è un corollario, certo tremendo, ma che ha un senso diverso per lei.

È un mondo complesso da riuscire a interpretare. Al di là di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, anche penalmente grave. Le logiche dietro alla diffusione di certi contenuti e a come vengono affrontate dai protagonisti adolescenti sono tutte loro, confuse in quell’ambiente che sentono molto vicino e privato ma che è così pubblico.

L’altra storia ha a che fare con una ragazzina di 15 anni che ha un amico del cuore dalle elementari, James, con cui condivide molte cose, tra cui la scuola e la partecipazione religiosa. Come scrive lei: “La nostra religione è contraria ai matrimoni gay”. Un giorno usa Facebook non accorgendosi che è “loggata” dal profilo di una sua amica, Tiffany, e scopre che James ha confidato a questa di essere gay da moltissimi anni e non sa come dirlo agli altri. La nostra ragazzina cosa fa? Lo confida alla sorella che lo dice al proprio padre che lo dice al padre di James. Anche qui, lasciamo perdere i comportamenti più corretti, ad esempio confrontarsi direttamente con James. Il punto è: la consapevolezza di stare violando la privacy di qualcuno e l’incuria nel condividere strumenti di comunicazione che contengono contenuti personali. Come quando gli adolescenti si prestano i cellulari, sbirciano gli sms, eccetera. La consapevolezza che esista una soglia di privatezza nella comunicazione non è sempre così immediata. E le pratiche di scambio e condivisione che passano dalla comunicazione ci parlano di una realtà fatta di una percezione della distinzione fra pubblico e privato molto labile, spesso confusa o irrilevante.

Questi due casi limite mettono in evidenza come la percezione della privacy da parte degli adolescenti si strutturi su categorie diverse da quelle che usiamo noi adulti. Spesso le loro “violazioni” si esplicitano in gesti meno gravi, non così penalmente rilevanti, ma che comunque richiedono una riflessione più accurata da parte nostra se vogliamo essere utili per educarli a partire dalle loro regole.

gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 26/10/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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