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Del socializzare online e dell’essere se stessi

Qualche giorno fa intorno al tavolo della nostra cucina si è accesa una discussione con un gruppo di amici. In particolare, era il gruppo dei nostri amici che io definirei più digitale, contro l’altro gruppo più tradizionale.

È inevitabile, suppongo: la tecnologia da alcuni anni galoppa, ed è naturale che ci sia chi più e chi meno abbia deciso di cavalcarla, o chi lo faccia a diverse velocità.

È abbastanza sconcertante, nello spazio di un weekend lungo, ospitare a pranzo e a cena l’uno e l’altro gruppo. Quello digitale siede con il suo smartphone appresso, ti dedica tutta la sua attenzione e si concede con naturalezza all’amicizia (ci mancherebbe). Il telefonino è solo un lungo braccio che avvolge altro altrove, ma esiste, non si può negarlo, è un ospite in più in un certo senso. E se l’amico digitale è intelligente come quelli che ho io, ti viene presentato (lo smartphone) e magari finisce anche che ti ritrovi coinvolto nelle conversazioni che accadano lì, oltre il tavolo.

L’amico tradizionale (e mi rendo conto che tradizionale è un termine approssimativo, ma è l’unico che mi viene in mente al momento) invece si siede e chiacchiera senza controllare il cellulare, neanche una volta, neanche per sbaglio. Semplicemente lo strumento non esiste a meno che non suoni, e se suona è perché c’è una telefonata o al massimo un sms (la contemporaneità di Twitter, per intenderci, non c’è).

Dico questo non per insinuare un parere sull’uno o l’altro tipo di amico (in entrambi i casi mi sono divertita e rilassata, il che già palesa il mio giudizio), bensì per sottolineare come ci siano ancora, nella storia dei nostri tempi, diversità importanti sull’uso della tecnologia, che in cuor mio sento di rispettare.

Per tornare alla discussione intorno al tavolo, proprio questo ho lasciato cadere in conversazione, tra i piatti dei miei amici “più digitali”: ma ci rendiamo conto che c’è un sacco di gente che non è online e non sente il bisogno di esserci?

BUM!! Una specie di bomba. Si, lo so, non c’è argomento più succoso di questo per far infervorare gli animi digitali e magari uno si potrebbe anche risparmiare, durante il weekend del ponte, quello lungo che somiglia a una vacanza, l’energia di discuterlo.

Ma tanto il tema mi appassiona e m’intriga che non sono riuscita a trattenermi.

C’è un pezzo d’Italia, la metà esatta, che è analfabeta digitale, vale a dire non possiede il computer o non lo sa usare per le faccende quotidiane, cioè per inviare una mail o parlare su Skype o scaricare un modulo. Questo è un limite sociale ormai indiscusso, come è ben detto qui, in questo articolo di Repubblica.

Anafabetismo digitale significa che non sapere usare internet “porterà ad una frattura radicale tra chi potrà avere accesso al lavoro e chi no, ai concorsi, all’università, ma anche al semplice destreggiarsi tra un bollettino da pagare e una visita medica da prenotare”.

Questo è sacrosanto ed è una vera soddisfazione leggere nell’articolo il riconoscimento dell’importanza delle generazioni giovani, che con naturalezza insegnano alle vecchie i vantaggi delle nuove strade.

Sappiamo bene però che internet non è più solo accesso alla conoscenza o ai formulari delle tasse, ma anche socializzazione. Twitter, Friendfeed, Facebook, aNobii, Google+ e chi più ne ha più ne metta, hanno cambiato le relazioni sociali. O forse, più che cambiato, il termine corretto è esteso, nel senso di moltiplicato, o meglio amplificato, o forse ancora meglio, propagato (insomma, ci siamo capiti, magari la parola esatta ancora la devo trovare, ma certamente non è sostituito).

A questo si riferiva la bomba che ho lanciato. A quella parte di popolazione che non appartiene al 50% degli italiani analfabeti digitali che non usano internet, bensì a quelli che navigano tranquillamente nella quotidianità ma che ciononostante hanno lasciato la loro socialità fuori dall’online.

Ci sono tanti modi di essere se stessi. A volte io sbatto la testa contro il muro quando vedo i miei figli fare cose che io non farei o reagire a situazioni in un modo che non capisco. Poi mi dico che sono loro e non io e che li devo rispettare.

Allo stesso modo, comprendo i miei amici tradizionali. Semplicemente socializzare online non è nelle loro corde e, se lo facessero, sarebbe disastroso.

Ciò detto, siccome anche loro sono intelligenti, sarà importante che lascino ai loro figli la possibilità di esprimersi anche su Facebook, se (i loro figli) lo vorranno.

lavale3 è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo.

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì 07/11/11 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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