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La paura sullo schermo

I nostri bambini guardando lo schermo si confrontano continuamente con scene di violenza gratuita e spesso con nudità fuori luogo, quando poi non hanno a che fare con un linguaggio volgare che accompagna immagini troppo crude.

Era la fine degli anni ’70 e la pensavamo così. I genitori e la società civile si confrontavano con l’ondata di cartoni animati giapponesi (avremmo imparato a chiamarli anime molto più tardi) che arrivavano nelle case attraverso la televisione. Prima sulle reti private da scovare attraverso le manopole pre-telecomando, poi sulla RAI nazionale: Goldrake, Mazinga e così via.

Il parlamentare Silverio Corvisieri dalle pagine de La Repubblica lanciava il suo j’accuse:

“Goldrake deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio… Si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”. In quale modo un genitore può fronteggiare con i poveri mezzi delle sue parole la furia di Goldrake?

Mia nonna si infuriò quando mi trovò a leggere un numero del Corriere della Paura che conteneva una storia che aveva per protagonista uno zombie, Simon Garth (prodotto Marvel tradotto in Italia dall’editrice Corno), che in una pagina dell’albo gigante teneva in braccio una ragazza in sottoveste.

Bambini e adolescenti si sono sempre confrontati con l’immaginario mediale veicolato dalla propria epoca e con le inquietudini e le paure corrispondenti. Oggi tra i diversi “schermi” anche quello del computer introduce un immaginario spesso fuori controllo per gli adulti. E quello della televisione diventa una finestra sul mondo di videogiochi in cui gli adolescenti diventano protagonisti anche dentro storie di paura e violenza.

La generazione Bim Bum Bam è cresciuta e anche se si porta dentro la propria esperienza deve affrontare il timore per i propri figli. Ci troviamo così da adulti di fronte a un doppio vincolo tra accettazione e rifiuto totale della paura mediale che ha spiegato bene bluKlein: “Io non voglio che i miei figli crescano nella paura e non voglio nemmeno decidere io per loro da dove può venire la paura”.

Per affrontare questa sorta di paradosso dobbiamo cominciare a imparare a distinguere, quando parliamo di Internet, cellulari, console, tra pericolo reale o immaginario, tra rischi possibili e insicurezze certe. E dobbiamo farlo anche pensando a come lavora la distinzione fra finzione e realtà in un bambino e a come certe narrazioni la educhino. Scrive Chiara che oggi è mamma e adulta:

“Io a vedere i mostri che schiacciavano le persone o Lady Oscar che moriva con il suo amato, o finanche minime scene erotiche (molto soft) come in Georgie o in Lady Oscar, non ho fatto una piega. Per me, abituata da sempre alle favole dei fratelli Grimm, era chiarissima la distinzione fra finzione e realtà, il sesso non era cosa che mi preoccupasse (non avevo malizia, quindi come potevo sconvolgermi davanti a un nudo? Anche io al mare ero nuda!), e sapevo che la morte era del tutto finta e i mostri non esistevano, così come non esistevano le streghe delle favole”.

E allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che con il passaggio alla società di massa la paura è stata “socializzata”, cioè è stata potenziata nell’immaginario collettivo diffuso dai media, legittimando di fatto, da un lato, le forme di allarmismo che attraverso gli stessi media accentuano la paura e, dall’altro, le forme di censura e limitazione delle libertà da cui ci sentiamo, in fondo, spesso più tutelati.

È vero però che quando lo scenario comunicativo si complessifica si complessificano anche le zone di ambiguità tra reale e finzionale. In un video su YouTube è possibile impattare con una narrazione fatta da una persona come te, non sempre chiaramente distinguibile da una realtà. E con realtà che sembrano finzioni.

Dovremmo imparare quindi a non delegare, come genitori, educatori, cittadini, ad un controllo dell’immaginario generalizzato ed esterno ma, piuttosto, assumerci la responsabilità di prenderci cura di quei nuovi territori in cui si produce e di quegli schermi da cui si diffonde una nuova e complessa distinzione tra finzione e realtà. E non è possibile pensare semplicemente di chiudere l’accesso a quei territori dell’immaginario ma imparare a curarli e ad accompagnare i nostri figli, affinché anche lì possano esserci bambini che imparano a dire: io non ho paura.

gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo

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Questo articolo è stato pubblicato giovedì 09/02/12 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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