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Schermi e paure

“Ma il bello viene quando le storie
sono messe una accanto all’altra.”
M.C.Bateson

Quando, nella notte di San Silvestro, un cane si spaventa per i botti ci sono varie strategie per rassicurarlo. Una di queste è quella di riempirlo di coccole, l’altra è ignorarlo.

A volte funzionano e a volte no. Uno dei motivi per cui la prima fallisce è perché quando un cucciolo (e spesso anche i cani adulti vanno avanti, con noi, a fare i cuccioli) comincia a essere spaventato le nostre carezze e le nostre moine non fanno altro che rinforzare il suo spavento: sentendosi trattato come un piccoletto che ha bisogno di affetto da parte di un altro piccoletto che si mette a giochicchiare con lui, l’animale regredisce ad uno stadio infantile e, alla fine, è più spaventato di prima.

Il motivo per cui spesso anche la seconda strategia non funziona è che il cane si sente abbandonato dal capo branco e, da animale sociale quale è, si percepisce solo e ancora più impaurito.

Sembra che ci sia qualcosa sotto a entrambe queste tecniche che fa veramente la differenza. Questo post parla di questa “differenza che fa la differenza” e parla di cuccioli (piccoli, adolescenti, grandicelli).

Cuccioli di uomo apparentemente molto diversi dai cuccioli di cane ma che, come i cani, leggono dietro alle parole e ai gesti cogliendo qualcosa di più sfumato e sottile: l’emozione della figura che, in quel momento, si aspettano che sia la figura di riferimento, il cosiddetto care-giver.

Una delle prime volte in cui i nostri bambini (e noi quando eravamo neonati) si sono sentiti terrorizzati è stato quando non riuscivano a fare il ruttino.
Succede così: l’infante che ha appena fatto una soddisfacente poppata se ne sta lì a digerire il cibo che ha appena succhiato; a un certo punto avverte “qualcosa che non va fra il suo stomaco e la sua bocca”, qualcosa che non va né su né giù e che gli dà un senso di fastidio e di impotenza; reagisce spaventandosi e se non viene soccorso dà in escandescenze cominciando a piangere; a questo punto interviene un adulto che con fare assolutamente tranquillo lo solleva e, pronunciando parole confortanti (“Su… su… non è niente… devi solo fare il ruttino”), gli batte delicatamente sulla schiena.

Poco dopo il dramma si risolve con un piccolo rigurgito di latte e con la ripresa di uno stato di tranquillità che il bambino desidera e che è alla base della sua crescita e della sua sana evoluzione.

Una mamma che invece di prendere in braccio il bambino lo lasciasse coricato e gli facesse un sacco di moine o, peggio, lo ignorasse completamente, sarebbe il contrario di quella che lo psicoanalista D. Winnicott definisce “madre sufficientemente buona”.

La capacità di essere “sufficientemente buoni” è, in termini un po’ più teorici, la capacità di comportarsi come uno schermo (un filtro) che si frappone fra il bambino e il mondo: qualcosa che “digerisca al posto suo” e, al contempo, gli insegni a gestire situazioni nuove e a saperle controllare da lì in poi.

È come se la mamma (o il papà o un’altra qualsiasi figura genitoriale) prestassero la loro mente al bambino descrivendo in un modo diverso l’esperienza che questi sta affrontando e mettendo la loro storia a fianco della sua. Questo affiancare le storie e le descrizioni è una vera e propria sintonizzazione in cui l’adulto fa vedere al piccolo che ciò che sembra un dramma è in verità qualcosa di affrontabile e di gestibile; basta non perdere la calma e fare certe particolari manovre che ristabiliscono lo stato di quiete.

Queste manovre, una volta imparate, diventano le basi dell’intelligenza emotiva: se ho imparato a gestire la paura connessa all’incapacità di digerire un po’ di latte potrò, crescendo, applicare qualcosa di simile anche a certe emozioni che, proprio come il latte, non vanno né su né giù e mi rimangono sullo stomaco creandomi ansia e angoscia.

Proviamo ad applicare la nostra intelligenza emotiva ad argomenti meno primitivi e più sofisticati e a rispondere in parte a Bluklein che si chiede quale possa essere un percorso per guidarli senza nascondersi ma proteggendoli. Io credo che potremmo chiederci: “Che risorse devo fornire a mio figlio/figlia per aiutarlo/a a far fronte a queste nuove esperienze in cui incapperà dopo avere imparato a districarsi un po’ nel mondo ma, non ancora, nella Rete?”

Dovremmo fare proprio come la madre sufficientemente buona di Winnicott: essere caldi e sicuri, non spaventati ed efficaci.

Per esserlo dovremo innanzitutto lavorare sui nostri schermi interni. E, prima di prestarli a loro, dovremo controllarne il funzionamento dentro di noi. Dovremo cioè tenerli allenati e far vedere come li usiamo.

E loro impareranno proprio come hanno imparato a fare il ruttino o a smettere di fare pipì a letto. In fondo quello che gli abbiamo comunicato quando erano piccoli è un “modo di contenersi”, un modo di gestire certi stati interni e certi stimoli esterni. Con i bambini e con i ragazzi non è molto diverso da così.

Naturalmente questo modo di porsi è qualcosa che sta sotto alle tecniche e alle ricette semplici.

Ma se, come dice G.Boccia “Dobbiamo cominciare a distinguere, quando parliamo di Internet, cellulari, console, tra pericolo reale o immaginario, tra rischi possibili e insicurezze certe”, non abbiamo altra alternativa che quella di tenere in esercizio i nostri schermi interni, far vedere ai nostri figli che li facciamo funzionare e che, siccome funzionano per noi, non c’è motivo per cui non possano funzionare per loro.

Commenti (1)
Questo articolo è stato pubblicato giovedì 16/02/12 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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