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Quando NON usare il cellulare

Lo teniamo a portata di mano tutto il giorno, molti di noi perfino a letto per usarlo come sveglia. Addirittura, uno studio di Unisys già nel 2007 ci raccontava che chi perdeva il portafoglio faceva denuncia in media in 26 ore mentre per il cellulare impiegava solo 68 minuti. La ricerca è vecchiotta, ma questo risultato davvero curioso.

Ci serve, eccome se ci serve, e non solo più per telefonare. L’altro giorno accompagnavo mia figlia alla sua partita settimanale di pallavolo. Bloccata nel traffico di una città sconosciuta, il mio iPhone mi diceva che eravamo solo a 1 chilometro dalla destinazione. Eravamo in ritardo, quindi Marta è scesa dalla macchina ed è andata a piedi, seguendo la mappa su Google, io usavo il suo cellulare per assicurarmi che stesse bene e non si perdesse.

L’altro ieri uno dei miei figli mi ha cancellato per sbaglio una foto e la mia reazione è stata tale che poi ho dovuto chiedere io scusa a lui. Perché col cellulare si fanno quelle foto d’intuito e d’improvviso, che poi rimangono le più care.

Insomma, non ho mica bisogno di raccontarlo io, quanto sia utile un cellulare.

Ieri mattina mi godevo uno di quei rarissimi momenti anelati da una madre. Ero sola in casa. I ragazzi a 100 Km di distanza alla partita di rugby con il papà, Marta da un’amica, mi intrattenevo in quella attività lussuriosa dello spalmarsi la crema sul corpo dopo una lunga doccia, quando il mio cellulare ha squillato: mio marito.

Davide… – mi dice con tono molto affannato, Davide…
Davide cosa?
Davide…il labbro, l’apparecchio…
Calmati e spiegami.

Davide…, gli si è incastrato tutto il labbro superiore nell’apparecchio e non riusciamo a staccarlo.

Io rantolo un pochino, in preda a una visione di bocca cucita e sanguinante (quale era, peraltro).

Lui mi chiede: “come faccio a disincastrarlo?”

Come si immaginerà, non sono esattamente un’esperta di labbra-incastrate-nel-metallo, tanto meno a-distanza (e mio marito dovrebbe saperlo). Completamente disarmata, nuda e appiccicaticcia, apro e chiudo la bocca aspettando che qualcosa di utile venga fuori. Lui mi incalza con un deluso “Lo porto all’ambulanza”. Ecco, sì, portalo all’ambulanza.

Io rimango a casa ad aspettare gli sviluppi, immaginandomi la paura di mio figlio (ritornato nel caso specifico ad essere il mio bambino), la claustrofobia di non poter aprire la bocca e raggiungo l’apice ingigantito del bisturi che gliela taglia.

In tempo reale, via SMS, arrivano messaggi più rassicuranti.

Quando sono tornati, tutto risolto, labbro liberato, mi sono praticamente scaraventata contro mio marito e gli ho detto “Non lo fare mai più, di chiamarmi così”.
Ecco.

lavale3 è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo

 

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì 27/02/12 alle ore 15:00 e classificato in Mondo Vodafone » inFamiglia . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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