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Peter Brook, uno Spopolatore che non spopola

Recensione scritta da Vincenzo Torromacco, Corso di laurea in Letterature e Culture Comparate  (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”)

Marocco. In uno dei rari momenti di riposo dall’assillante vita mediorientale, una notizia cattura la mia attenzione: «Il maestro della scena, Peter Brook, torna al Napoli Teatro Festival con Lo Spopolatore di Beckett». Trepidazione, entusiasmo. Dovevo andarci!

Tornato, mi procurai di corsa il racconto. Bellissimo, crudele, freddamente scientifico. Disturbante e distopica ricerca purgatoriale, Lo Spopolatore è una lucida allegoria dell’esistenza umana, dell’egoista e alienante società moderna. In un cilindro di gomma – senza apparenti vie d’uscita e ricoperto di nicchie –, corpi d’insetti, piccole entità, novelli Belacqua vivono al di qua del bene e del male; insensibili alla vita e alla morte, vagano.

Mi chiedevo come l’avrebbe reso, il Brook, come l’avrebbe rappresentato: in effetti, di possibilità ve n’erano infinite. Così, pieno di speranze, partecipai alle prove aperte: finalmente avrei visto all’opera il mito, l’uomo dello «Spazio vuoto».

Davvero poca cosa, le prove. Poi, Brook non c’era. Lo sostituivano controfigure francesi. Al centro del palco, spoglio come il regista britannico ci ha abituati, l’attrice Miriam Goldschmidt sedeva su un piccolo sgabello di legno con partitura e matita tra le mani. Attorno, pochissimi elementi scenici: tre lunghe scale, bianche luci opache, un piccolo schermo per i soprattitoli e uno sfondo nero. Grande assente: la rappresentazione; nulla era rimasto della gialla, plumbea, vorticosa e ordinata società panottica del cilindro beckettiano. La ronda dei morti viventi, dei «vinti», era stata rimpiazzata da lei, dalla Goldschmidt, il cui ruolo si riduceva alla nuda lettura del testo francese e a qualche bizzarra e incoerente espressione esemplificativa. Null’altro.

Incerto e ansioso di ammirare il risultato finale della lunga permanenza partenopea del regista, tornai al Sannazzaro per la seconda. Il teatro era vibrante, pieno fino all’orlo. Tuttavia, ahimè, dopo pochi minuti dal sollevamento del sipario, il pubblico pareva aver già compreso che la rappresentazione avrebbe tradito le aspettative. Il grande Peter Brook, incapace di rispettare le sue premesse di un Beckett «ottimista», metteva in scena uno spettacolo scialbo, dai toni spenti, uno spettacolo in cui l’unica attrice, sebbene con notevole credibilità corporea, proponeva una lettura sommaria, a tratti incerta e, diciamolo, un po’ superficiale dell’opera. Talvolta, ci provava, la Goldschmidt, a uscire dal ruolo di mera lettrice, con gesti, imitazioni, suoni. Ma invano. Tutto sembrava inconsistente. Poco più che inservibile anche la veloce comparsa finale di una busta di pupazzetti, che probabilmente avrebbe dovuto raffigurare, in scala, la società del cilindro, ma che in realtà è apparsa come una citazione acciabattata della messa in scena dei Mabou Mines del settantasei.

Unica nota positiva: il testo. Ben costruito, intelligente riduzione teatrale della già essenziale prosa di Beckett, l’adattamento di Brook, almeno nelle intenzioni, interpreta con spirito immutato i momenti fondamentali dell’opera. Interessanti anche le grevi percussioni di Francesco Angello. Non funziona però l’insieme. Come ammirare un bel panorama attraverso una fitta zanzariera, Brook ci fa solo intravedere la cupa genialità de Lo Spopolatore. E il pubblico, così come la critica, saluta freddamente.

La proverbiale austerità del maestro questa volta si è spinta troppo oltre nel suo cammino di ricerca dell’essenziale. Questa volta Brook è riuscito a togliere proprio tutto, anche le emozioni.

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Questo articolo è stato pubblicato venerdì 04/10/13 alle ore 10:00 e classificato in Mondo Vodafone » Eventi . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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