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Dai tendoni del Circo Equestre Sgueglia al palco del Napoli Teatro Festival

Recensione scritta da Viviana Pezzullo, Corso di laurea Magistrale di Filologia Moderna 

Il primo grande merito del regista Alfredo Arias è quello di aver scelto di portare in scena un lavoro di Raffaele Viviani; il secondo è quello di aver proposto uno spettacolo che pur essendo profondamente napoletano (perché ancorato alle radici della cultura teatrale napoletana) riesce a proporsi come un adattamento personale che non soccombe sotto il peso dell’autorità del testo. Il compito di sdoganare l’opera di Viviani dal pregiudizio di regionalità non era semplice ma il regista, forse proprio per l’affinità fra lo spirito partenopeo e quello argentino, a mio avviso, riesce nell’impresa.

Tutti i componenti del Circo Equestre Sgueglia, anche quelli più abbozzati a cui spetta un ruolo di contorno, come ad esempio Bagonghi (Tonino Taiuti) e Bettina (Gennaro Di Biase), sono caratterizzati in maniera mai banale. Neanche Roberto (Francesco Di Leva) e Giannina (Giovanna Giuliani), i due fedifraghi, sono proposti come personaggi appiattiti su una sola dimensione, sebbene rientrerebbero senza difficoltà sotto lo stereotipo del traditore. Nicolina (Lorena Cacciatore), l’altra donna, dovrebbe suscitare rabbia e invece verso di lei si prova tenerezza e compassione. Con pochi tratti si riesce a ricreare l’ambiente popolare del classico basso napoletano dove tutti tendono l’orecchio per ascoltare le conversazioni del proprio vicino, sfruttando in aggiunta la componente metateatrale, che permette di creare un rapporto confidenziale con il pubblico, che si ritrova ad essere allo stesso tempo spettatore in attesa e, quasi, un membro stesso della compagnia. Non assistiamo, però, ai diversi numeri del circo, ci viene permesso soltanto di spiare il dietro le quinte, come se la vita stessa fosse soltanto l’allestimento malinconico di uno spettacolo destinato ad essere sempre altrui. La voce narrante di Mauro Gioia funge da raccordo e permette anche alla musica di inserirsi all’interno della cornice della storia producendo un effetto straniante ma non dispersivo.

Le luci di Pasquale Mari permettono di modulare l’intensità dei colori sgargianti dei costumi di Maurizio Millenotti e delle scenografie di Sergio Tramonti creando dei contrasti cromatici che spaziano dalla luminosità gioiosa al tono freddo, che fa sembrare i circensi quasi tristi giocattoli smessi.

Ciò che colpisce di Viviani è la capacità di sorridere e piangere allo stesso tempo, di percepire il dolore sotto la maschera tutta lustrini e pailettes dei personaggi che, tutti dal primo all’ultimo, conducono la loro personale battaglia per la sopravvivenza. Come se il racconto conclusivo di Zenobia (Monica Nappo) fosse una vera e propria evocazione i personaggi nominati si materializzano sul palco mostrando sulla propria pelle il peso degli eventi che li ha vinti e schiacciati. Samuele (Massimiliano Gallo) e Zenobia, due personaggi di una bontà quasi innaturale, presi di mira proprio per la loro innata tendenza a perdonare e a non vedere il male, sconfitti dalla vita, chiudono però lo spettacolo con un messaggio di solidarietà fortissima. Ed è proprio con l’immagine di Samuele, Zenobia e il cane Lattughella che si avviano verso l’ormai deserto Circo Equestre che si conclude la commedia.

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Questo articolo è stato pubblicato sabato 05/10/13 alle ore 10:30 e classificato in Mondo Vodafone » Eventi . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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