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La bisbetica domata, regia di Andrej Konchalovskij

 Recensione scritta da Silvia Romeo, Dipartimento di “Lingue, lettere e culture comparate” (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”)

Per chi si aspettava la classica vicenda shakespeariana, lo stupore deve essere stato non poco quando si è trovato dinnanzi la “Bisbetica domata” di Andrej Konchalovskij, andato in scena nel mese di luglio al Teatro San Ferdinando di Napoli.

Con un audace balzo nel tempo, veniamo catapultati dalla composta e raffinata società rinascimentale italiana, immaginata da Shakespeare, a quella frizzante e scapigliata degli anni Venti. Un’Italia di altri tempi, eppure molto simile per certi aspetti a quella odierna. In un ambiente suggestivo, frutto di un’accorta opera di intreccio tra gli onirici paesaggi di De Chirico, si incontrano, rincorrono e confrontano i vari personaggi della storia. Ed è così che tra un sorso di caffè e l’altro vediamo la bella e focosa Caterina, magistralmente interpretata da Mascia Musy (con una trasformazione che ha del sorprendente) scontrarsi coi desideri lucrosi del padre e quelli amorosi della sorella Bianca, in nome di una libertà e di un’indipendenza a cui non è disposta a rinunciare. Una caparbietà quella di Caterina tutta femminile e che le varrà il titolo di “bisbetica“. A riportare l’equilibrio sulla bilancia sarà Petruccio, nelle cui vesti si cala Federico Vanni. In un gioco fatto di astuzia e pungente umorismo, il gentiluomo di Verona si propone come antagonista-eroe (a seconda dei punti di vista) della situazione. Una lotta tra giganti insomma, nella quale rischierebbero di rimanere schiacciati gli altri personaggi.

Ecco, allora, che riconosciamo il tocco della superba regia di Konchalovskij, alla quale si deve la scelta di attori in grado di dare spessore e rilevanza a ciascuno dei componenti di questa improbabile banda. Ognuno ha i suoi “quindici minuti di fama” e con essi l’occasione di insinuarsi più a fondo nella trama e di contribuire significativamente al suo sviluppo. Un castello di carta, che agli occhi di un bambino sembra reggersi per magia, e che è invero calcolo minuzioso e costruzione assennata in cui ciascun elemento è disposto per stupire e affascinare lo spettatore.

Sulle note penetranti di un ipnotico jazz, scivoliamo in un mondo, riflesso di quello attuale, in cui la realtà non è sincera ma si nasconde dietro le parole e le convenzioni sociali. Piccole briciole di pane che ci rivelano l’inganno sono gli sguardi, le incrinature della voce, i taciti dialoghi che intercorrono tra i personaggi, che quasi inconsciamente ci mostrano la discrepanza esistente tra ciò che è e ciò che vien fatto (nulla di più attuale). E’ così che scopriamo la vera natura delle due sorelle, presentate sin dall’inizio come antitesi l’una dell’altra. La dolce ed educata Bianca rivela al contrario il suo lato oscuro e imperfetto, quello di una donna caparbia, che con meno sincerità della sorella cerca di affermare se stessa. Quello subito da Caterina è, invece, il processo inverso. Lentamente la corazza di cinismo che la proteggeva va in frantumi e da bisbetica diventa domata. Più che domata, sarei più incline a definire la Caterina “russa” ridimensionata. Le colonne portanti della sua personalità e la sua forza d’animo permangono e incrollabilmente si manifestano anche all’apice della celebrazione della docilità muliebre. Quindi non piegata, ma lavorata, smussata.

Abile e discreto ammiccamento alla società di oggi, non poteva mancare del vivace jeu d’amour, in cui vince chi fugge e perde colui che non vede nel matrimonio un’alleanza ma una compravendita. D’altronde in una società omologata in cui i valori umani sono stati sostituiti dalle leggi di mercato e in cui la pubblicità (integrata addirittura nella scenografia) è lo stalker che ci segue fin dentro casa, in cui sfilano senza fine nei loro abiti firmati Lucenzi e Ortensi, un richiamo a sentimenti più genuini non risulta né inappropriato né pedante. In questa ruota panoramica che attraverso il vetro del passato ci offre una smaliziata visione del presente, lo spettacolo si configura come un’opera a tutto tondo, ricca di colpi di scena, originale e in cui non manca nulla. Una tavolozza di colori, nata dalle mani di un artista visionario, in cui le tinte si fondono tra loro, mai casualmente eppure con naturalezza, creando un tripudio di sfumature e vitalità.

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Questo articolo è stato pubblicato domenica 06/10/13 alle ore 11:00 e classificato in Mondo Vodafone » Eventi . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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