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Di corsa, sotto la pioggia, con Alessio Jacona

Dopo Giovanni Sedda, Gabriele Persi, Chiara Ferretti è il momento di conoscere Alessio Jacona. In questi giorni con #scattidicorsa ci sta facendo vivere attraverso un iPhone 5s le sue corse per Roma. Un’intervista da leggere, fino alla fine.

 

Nome:
“Alessio Jacona”

Presentati in 140 caratteri:
Giornalista, consulente di comunicazione online, fotografo.
Mi occupo di new media, innovazione, comunicazione corporate attraverso i social media.”

Dove ti troviamo in rete?
“Un po’ ovunque. Anche dove non è di moda.”

Qual è stato il motivo che ti ha spinto a correre per la prima volta?
“Da ragazzo sono stato per anni un judoka agonista. Poi il “deserto” fatto di lavoro, vita sedentaria, abuso dei generi di conforto. A 36 anni sono arrivato a pesare cento chili, finché un giorno mi sono reso conto che se avessi raggiunto i 40 anni con quel peso non sarei più riuscito a scendere. Quindi mi sono messo a dieta.
E quando ho raggiunto un peso compatibile con la sopravvivenza delle mie ginocchia malandate, ho iniziato a fare l’unica attività fisica praticabile quasi ovunque, con qualsiasi condizione meteorologica, a qualsiasi ora, senza bisogno dell’aiuto di nessuno, portandosi dietro un’attrezzatura minima: scarpe, pantaloncini, maglietta, oppure una tuta termica con guanti e cappello nel pieno dell’inverno.
Insomma ho iniziato a correre. E non ho più smesso. Con alti e bassi, ma non ho più smesso. Non posso. Non devo. Non voglio.”

Quali sono i luoghi in cui preferisci correre?
“I parchi hanno il loro fascino, ma la città ha per me un richiamo irresistibile. Per lavoro sono spesso in viaggio, e ovviamente porto sempre con me le mie scarpe da corsa. Quando arrivo in un posto nuovo, la prima cosa che faccio è correrci dentro. Dieci, quindici, a volte venti chilometri, se sono in forma e ho il tempo.
Ovviamente non cerco la prestazione, anche perché per velocità e durata non sono che un modesto corridore. Quel che cerco è di riempirmi gli occhi del luogo in cui mi trovo, di vedere città e strade da una prospettiva diversa, conquistata sudando passo dopo passo, immerso nel mondo. Ho corso a New York, Parigi, Londra, Berlino, Las Vegas, Abu Dhabi, ma anche a Milano, Firenze, Pisa. E Roma, naturalmente, immensa e splendida, sempre diversa. A volte ho l’impressione di allenarmi soprattutto per questo. Per fare il turista tenendo i 12km orari.”

Hai un trucco per superare i momenti di pigrizia in cui non vorresti uscire a correre?
“La corsa dà dipendenza. In parte dipende dalle endorfine che si producono durante lo sforzo, e che generano vero benessere. In parte succede perché a spingerti c’è il terrore di perdere tutto quello che hai conquistato sputando sangue per mesi, sotto il sole o sotto la pioggia. Quando arrivi a correre 10 km in 50 minuti non vuoi più perdere questa capacità, non vuoi tornare indietro. Non puoi. E se sei costretto a fermarti rischi di impazzire. Senti il tuo corpo disfarsi. Poi c’è anche la questione social: se ti misuri con app come runkeeper e pubblichi i tuoi risultati, non sei mai solo. Che siano altri runner o semplici amici, hai sempre qualcuno che ti osserva, commenta e al quale ti sembra di dover dar conto per ogni allenamento mancato. E – comprensibilmente – davanti a cui vuoi fare bella figura.”

Hai mai corso in condizioni climatiche non troppo favorevoli? Ci racconteresti un episodio?
“New York, settembre 2010. Non corro da molto, appena sei mesi, ma voglio assolutamente farlo dentro Central Park, e fare la stessa strada percorsa da Dustin Hofmann lungo il lago ne “Il Maratoneta”. Piove ma non me ne curo. Non fa freddo, e poi sono a New York, che diamine. Come faccio se poi non ho più modo di andarci?
L’albergo è a Times Square e nei due chilometri che mi separano dal parco, passo da un porticato all’altro, bagnandomi appena. Poi attraverso una strada e sono tra gli alberi. E’ esattamente in quel momento che la pioggia diventa un muro d’acqua, una specie di punizione divina che impedisce la vista oltre 20 metri e mi investe impietoso.
Vuoi la tigna, vuoi lo scarso apporto di ossigeno al cervello casa corsa, vado avanti. Quando più avanti i dubbi stanno per prendere il sopravvento, incontro una ragazza dal fisico incredibilmente atletico che corre come un treno incurante delle intemperie. Se può lei posso anche io, penso. Subito mi perdo in una serie di viuzze che in seguito scoprirò avermi prima fatto girare in tondo per circa mezzora, poi avviato nella direzione opposta a quella che mi ero prefissato. A un certo punto, esausto e zuppo, vedo un agente di polizia. E’ fuori dalla macchina, al riparo sotto un ponticello. Osserva assente e desolato il diluvio sotto il quale deve pur lavorare, finché non vede me che gli corro in contro. Leggo lo stupore sul suo viso: ha l’aria di qualcuno che non sa se prestarmi aiuto, arrestarmi oppure abbattermi per porre fine alla mia agonia. “Am I on the right way for Times Square?”, gli chiedo indicando davanti a me. Lui mi guarda, resta in silenzio per qualche interminabile secondo mentre ansimo piegato in avanti con le mani appoggiate sulle cosce. Poi – sempre in silenzio, il volto di marmo – indica esattamente la direzione opposta, puntando il dito alle mie spalle. E aggiunge: “It’s a long way to go back home, son”. Io sorrido come se nulla fosse mentre ringrazio e mi volto con la morte nel cuore, poi riprendo “la strada di casa”. Vari chilometri e molte secchiate d’acqua dopo arrivo all’albergo dove mi aspetta il mio amico Luca Sartoni, cui devo anche la foto che mi ricorderà per sempre quella corsa folle, splendida e irripetibile.”

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì 17/02/14 alle ore 10:00 e classificato in Web & Social » Social Media . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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