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Critico per un giorno, un’universitaria di Salerno vince la seconda edizione

Nello spazio Libri&Caffè del Teatro Mercadante di Napoli si è tenuta la premiazione della seconda edizione di “Critico per un Giorno“, concorso rivolto a studenti liceali e universitari organizzato dal Teatro Stabile di Napoli e dalla Fondazione Campania dei Festival in collaborazione con l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro e il sostegno di Vodafone Italia.

A vincere il primo premio Chiara Rosato dell’Università di Salerno (nella foto Concetta Gallucci, regional marketing manager di Vodafone Italia, consegna il premio alla persona che lo ha ritirato a nome di Chiara Rosato) con una recensione sullo spettacolo “Finale di partita” testo di Samuel Beckett, regia dello spagnolo Lluis Pasqual, protagonista Lello Arena. Spettacolo presentato nell’ambito della settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia in giugno scorso.

Oltre 200 i ragazzi che hanno partecipato quest’anno a “Critico per un giorno”, concorso nato per offrire ai giovani interessati al settore l’opportunità di avvicinarsi al mondo del teatro e della critica vivendo un’occasione unica, quella di seguire un work in progress teatrale. A loro, infatti, è stata data la possibilità di assistere alle prove aperte, e poi agli spettacoli finiti di registi come lo spagnolo Lluis Pasqual, Marco Sciaccaluga e Luca De Fusco.

Giulio Baffi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro ha selezionato 14 lavori firmati sia da studenti liceali che universitari e alla fine è stato scelto quello di Chiara Rosato, premiata con uno smartphone (Nokia Lumia) offerto da Vodafone, e con un abbonamento alla stagione 2014/2015 del Teatro Mercadante. La sua recensione, oltre che qui di seguito, sarà pubblicata sul sito del Teatro Mercadante e su quello del Napoli Teatro Festival Italia.

 

Chiara Rosato
Recensione a “Finale di partita” di L. Pasqual

È nota l’accusa di Lukacs ai teorici della Scuola di Francoforte, e in particolare a Theodor Adorno, di “aver preso alloggio presso il Grand Hotel Abisso, fornito di ogni comodità e costruito sull’orlo dell’abisso, del nulla e dell’assurdità”. Lukacs accusava Adorno di aver compreso l’assurdità del mondo, ma di mantenersene a debita distanza, come uno spettatore che guardi quello spettacolo di macerie standosene al sicuro nella sua comoda e protetta stanza d’albergo.

Torna alla mente questa polemica contro uno dei più attenti lettori dell’opera di Beckett, Theodor Adorno, assistendo al “Finale di partita” di Samuel Beckett che il regista Luis Pasqual ha messo in scena a Napoli. In realtà, Beckett era immerso fino al collo nell’Abisso – per usare l’immagine potente di un’altra sua pièce, “Giorni Felici”: l’Abisso, il Vuoto, l’Assenza, sono parti fondamentale della sua materia narrativa.

“Finale di partita” fu letto, soprattutto all’inizio, come una straziante (assenza di) risposte agli orrori e alle assurdità della Seconda guerra mondiale, e Luis Pasqual è bravo a sottolineare nella sua rappresentazione elementi universalmente validi: la ricerca di senso e di comprensione delle proprie azioni, di come queste s’intreccino con gli affetti familiari e personali su un unico piano temporale in cui infanzia, giovinezza, vecchiaia, morte, malattia, bisogni fisici, si mescolano senza via d’uscita e senza azioni risolutive.

La scelta di Napoli per ambientare la pièce del drammaturgo irlandese è chiarita dallo stesso regista nelle sue note di lavoro, quando spiega come il messaggio beckettiano e la città partenopea siano legate dalla stessa “reazione ironica di fronte all’assoluto delle sofferenze della vita”. La scenografia di Amat racconta con efficacia questo nodo, per mezzo di una fusione di acciaio, catrame, nerofumo e combustibili bruciati: uno scenario post-atomico sul cui sfondo s’intravedono due finestre oscurate.

Hamm, interpretato da Lello Arena che che appare in scena con le guance rosse da pagliaccio così come era prescritto da Beckett, è il protagonista sconfitto in partenza, il Re degli scacchi che sbaglia tutte le sue mosse, e si trova al centro della scena, immobile, paralizzato, cieco. Alla sua destra, i due bidoni della spazzatura, da cui fuoriescono appena le teste dei genitori Nag (Gigi De Luca) e Nell (Angela Pagano), ridotti ormai alla ripetizione di richiami dettati dalla fame (chiedono di mangiare, vogliono confetti e biscotti) unico sintomo vitale resistente in questa totale scarnificazione del reale, in cui i ricordi sono irrelati, a-logici, spezzati. Clov (Stefano Miglio), il servitore, è l’unico personaggio capace di muoversi: si sposta dalla sala alla cucina con pretesti o eseguendo gli ordini di Hamm. L’ironia partenopea richiesta dal regista è affidata in particolare ad Angela Pagano che, pur nella piccola parte, risponde con un disincantato umorismo – una traccia di ironia assieme lieve e grave – all’assurdità di un’esistenza umana che non lascia spiragli, ma diviene ripetizione, parodia, e, dunque, riflessione sul ruolo stesso del teatro.

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Questo articolo è stato pubblicato venerdì 24/10/14 alle ore 17:05 e classificato in Mondo Vodafone » Eventi . E' possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare il trackback dal tuo sito.

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